Informazioni pratiche per la comunità USI

Piano dei corsi Master in Lingua, letteratura e civiltà italiana (MLLCI)

Questa pagina contiene informazioni destinate agli studenti già immatricolati.

Per informazioni generali sul Master, dedicate a tutti gli interessati, vi preghiamo di visitare la pagina seguente: 
www.usi.ch/mlci 

 

Piano dei corsi Master in Lingua, letteratura e civiltà italiana (MLLCI)

Il piano dei corsi (o anche "piano di studio" o "piano degli studi") del Master contiene le indicazioni sulla struttura del percorso formativo.

 

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  • Struttura

    Il Master si articola su tre aree tematiche principali: Lingua italiana / Letteratura italiana e comparata / Arti, Storia e Civiltà, in un percorso formativo integrato che favorisce l'incontro di saperi generalmente professati in ambiti diversi, separati da confini disciplinari. La letteratura italiana, tema centrale, è così proposta in costante raffronto con il contesto della civiltà all'interno della quale è prodotta e studiata.

    Gli insegnamenti sono concentrati nei primi tre semestri e comprendono corsi obbligatori e corsi a scelta. È inoltre possibile inserire nel proprio piano di studio uno stage corrispondente a 6 ECTS. Il quarto semestre è dedicato alla tesi di Master che completa il biennio formativo. Il tema è definito con il direttore di tesi in accordo con la direzione del Master.

    Il Master offre possibilità di accesso al Dottorato in Lingua, letteratura e civiltà italiana.

  • Piani dei corsi

  • Temi annuali

    Anno accademico 2018/2019: Tempo, spazio e senso

    Per secoli tempo e spazio hanno goduto dello statuto privilegiato di chiave d’accesso fondamentale al senso. Dall’estetica trascendentale di Kant, che li considera forme a priori della sensibilità umana, al concetto bachtiniano di «cronotopo», che persegue, al contrario, un criterio “realistico” in cui la testualità letteraria appare strettamente legata alla storia e agli spazi come luoghi di cultura, il tempo e lo spazio hanno via via rappresentato, nella riflessione filosofica e critica, le precondizioni stesse del senso, tanto nell’ambito della percezione del reale quanto in quello della sua resa finzionale. Quanto tali fondamenti - e noi con loro - siano sottoposti ad un processo di rapida metamorfosi per impulso perentorio della modernità lo dimostra la storia della scienza, che, da Einstein alla meccanica quantistica, sembra avere realizzato da un lato una progressiva svalutazione dello statuto ontologico del tempo e dall'altro una radicale relativizzazione dello spazio.

    Il tema annuale prescelto sollecita dunque ciascuno di noi a interrogare il nucleo problematico del rapporto tra queste tre categorie declinandone esemplificazioni concrete e storicamente individuate: il comporsi delle varie sfaccettature disciplinari del prisma non sarà, questo l’auspicio, puramente sommatorio, ma offrirà agli studenti e a noi stessi una concreta ipotesi di lettura che potrà forse divenire ipotesi di senso e di interpretazione del nostro presente.

     

    Anno accademico 2017/2018: Margini

    Il sapiente dizionario del Du Cange indica bene la tensione che si produce introducendo il termine latino: margo, marginis [cioè “margine”]. Da un lato: Margo, «Terminus, finis. Negotia ad marginem perducere, id est, ad exitum», condurre al termine ultimo, ove lo spazio dell’azione finisce e si compie. Ed insieme coscienza del limite umano, delle sue frontiere di volontà e di conoscenza, continuamente sollecitate dall’oltre che in noi chiama: «Salve Præsul, amate Deo sine margine». Invito dunque a sconfinare nella ricerca, nell’oblazione, nella donazione. La nostra civiltà è cresciuta, e si dilacera, ancora oggi, tra queste due accezioni di “margine”.

     

    Anno accademico 2016/2017: Tragico, comico, contaminazioni

    Ha scritto Lope de Vega che «il tragico e il comico mescolati/Terenzio con Seneca [...]/avranno una parte grave e l'altra ridicola/e questa varietà molto diletta».  Anche testi tragici, sulla condizione umana, come le Pensées di Pascal definiscono l'uomo un «ridicolosissimo eroe». E comedia già era stata l'avventura che porta il pellegrino Dante dall'Inferno al Paradiso, dai tormenti eterni alle beatitudini. Cio' che vale per i singoli destini, puo' applicarsi all'intera società, contemplando la quale François Guizot ebbe a denunciare, in un discorso parlamentare di metà Ottocento, che essa non ha «nulla di fisso, nulla di stabile, nulla di netto, nulla di completo». His freti, come chioserebbe il Manzoni, si va a morir nel nulla. Per questo, Democrito e Eraclito insieme, il destino umano suscita riso e lacrime: Sunt lacrimae rerum.

     

    Anno accademico 2015/2016: Esilio, diaspora, migrazioni

    Molte vie, d’esilio e di rinascita, sono qui proposte: tante che pare non ci sia più un “altrove”. Eppure, nel tempo presente, l’accoglienza del migrante è avara, ma non cancella le parole che Dietrich Bonhoeffer ebbe a scrivere negli anni più cupi del nazismo: «Se un villaggio non ne vuole sapere, allora passiamo al prossimo». Esilio e profezia sono lo stesso cammino, oltre il “qui” del presente.

     

    Anno accademico 2014/2015: Misure del mondo

    Ripetiamo per il nostro tempo la domanda che Shakespeare pone all'inizio del suo Measure for measure: «First Gentleman: "What, in metre?"; Lucio: "In any proportion or in any language"; First Gentleman: "I think, or in any religion"» (Atto I, scena 2). Non appena si cerchi di misurare, in realtà si commisura: "a qual metro" appunto? Più che la precisione, nasce la relatività, più che la certezza la pluralità. La ricerca della «misura del mondo» è - ad ogni epoca - il segnale di un "bisogno di forma" sì che misura sia anche, o forse soprattutto, rappresentazione: ma - come Calvino e il suo Marco Polo notano nelle Città invisibili - «Il catalogo delle forme è sterminato...».

     

    Anno accademico 2013/2014: Armonia e disarmonia

    «Quando la rota che tu sempiterni / desiderato, a sé mi fece atteso / con l'armonia che temperi e discerni» (Par. I, 76-78): i versi di Dante sono così commentati da Cristoforo Landino:  «Con l'harmonia che tu tempri et discerni: rectamente dixe; imperoché di molte voci non può resultare dolce melodia se non sono temperate con debita proportione; né possono havere proportione se non sono distincte con varietà». Armonia, proporzione, varietà: appena si discenda dalle sfere celesti, la varietà declina in  variazione, dissonanza; la proporzione perde misura, il mirabile si fa monstrum, la regola chiede eccezione e capriccio. E il composto umano, a mezza via tra quelle perfezioni e queste disarmonie, sogna delle une e patisce le altre: sospeso tra questi due abissi, «tremerà alla vista di quelle meraviglie e la sua curiosità cangiando in ammirazione, sarà più disposto a contemplarle in silenzio che a indagarle con presunzione» (Pascal, Pensées).

     

    Anno accademico 2012/2013: Scene del sé (e dell'altro)

    «Rifletti!»: nel momento stesso in cui si è invitati a concentrarci in noi stessi, il verbo denuncia una proiezione che sdoppia, come se "cercarci" e "proiettarci" andassero di pari. «Je est un autre», ha scritto in una celebre lettera (a Georges Izambard, Charleville, 13 mai 1871) Arthur Rimbaud, aggiungendo parallelamente, per completare la simmetria -: «C'est faux de dire: je pense; on devrait dire: On me pense».
    Il tema che i corsi suggeriscono quest'anno è costitutivo dello "scenario" letterario, dal mito di Narciso all'Autobiologia di Giovanni Giudici: «Non ho compagni non posso misurare / quanto mi resta per arrivare. / E invisibili i miei sorveglianti / - solo me stesso devo dunque ingannare» (Chi ingannare). Dal Petrarca ai contemporanei, scrivere di sé è costantemente un discessus: «-Or tu ch'hai posto te stesso in oblio / e parli al cor pur come e' fusse or teco» (RVF, CCXLII). L'altro, quando si interroghi a fondo l'intimo, nasce dal nostro pensarci, che non dà tregua: «Datemi pace, o duri miei pensieri» (RVF, CCLXXIV).
    Sembra, così, che l'"altro", l'estraneo, ci sia oggi necessario - nel timore e nella ripulsa, spesso - per sviare da noi un altro appello che abbiamo sempre accanto, e che ci inghiotte - a pensarlo: «Come per acqua cupa cosa grave» (Dante, Par., III, 123; e Giovanni Giudici, Sparizioni, da O beatrice: «Come per acqua scura cosa grave / [...] / Con gli occhi  come mani frugandomi dentro / Il buio di tutti i miei cinque sensi»).

     

    Anno accademico 2011/2012: Servi ed eroi

    Non «servi e padroni»: ne conosciamo troppi; bensì «l'ansia d'un cor, che indocile / serve pensando al regno, / e 'l giunge, e tiene un premio / ch'era follia sperar» (A. Manzoni, Il cinque maggio).
    Scartando dalla nostra Bildung il vincolo di servaggio, ecco apparire - dalla stessa radice semantica - il servizio, un servizio talvolta eroico (Servant of Peace è stato giustamente definito il Segretario Generale dell'ONU, Dag Hammarskjöld). L'eroe allora non si definisce più soltanto per la maestà della fama (anzi: «qui scrutator est majestatis, opprimetur a gloria»: Vulgata, Liber Proverbiorum, XXV, 27), non già perché suscita meraviglia, e si eleva come i «phares» di Baudelaire, bensì perché, "esemplare", induce all'imitazione; una sequela che sant'Agostino proiettava oltre l'eroico, nel divino stesso: «Ergo gratulemur et agamus gratias, non solum nos christianos factos esse, sed Christum. [...] Admiramini, gaudete: Christus facti sumus» (In Ioannis Evangelium tractatus, XI, 8; PL, XXXV, 1568). L'eroico così, nella storia delle letterature nate da quella patristica, non tanto distingue, disgiunge, innalza al sublime, ma assimila al quotidiano, intride in «quell'incremento / che si agita su se medesimo, / primavera di che frumento...» (M. Luzi, Non s'inganna, da Frasi incisi di un canto salutare).  «Rifletti!»: nel momento stesso in cui si è invitati a concentrarci in noi stessi, il verbo denuncia una proiezione che sdoppia, come se "cercarci" e "proiettarci" andassero di pari. «Je est un autre», ha scritto in una celebre lettera (a Georges Izambard, Charleville, 13 mai 1871) Arthur Rimbaud, aggiungendo parallelamente, per completare la simmetria -: «C'est faux de dire: je pense; on devrait dire: On me pense».
    Il tema che i corsi suggeriscono quest'anno è costitutivo dello "scenario" letterario, dal mito di Narciso all'Autobiologia di Giovanni Giudici: «Non ho compagni non posso misurare / quanto mi resta per arrivare. / E invisibili i miei sorveglianti / - solo me stesso devo dunque ingannare» (Chi ingannare). Dal Petrarca ai contemporanei, scrivere di sé è costantemente un discessus: «-Or tu ch'hai posto te stesso in oblio / e parli al cor pur come e' fusse or teco» (RVF, CCXLII). L'altro, quando si interroghi a fondo l'intimo, nasce dal nostro pensarci, che non dà tregua: «Datemi pace, o duri miei pensieri» (RVF, CCLXXIV).
    Sembra, così, che l'"altro", l'estraneo, ci sia oggi necessario - nel timore e nella ripulsa, spesso - per sviare da noi un altro appello che abbiamo sempre accanto, e che ci inghiotte - a pensarlo: «Come per acqua cupa cosa grave» (Dante, Par., III, 123; e Giovanni Giudici, Sparizioni, da O beatrice: «Come per acqua scura cosa grave / [...] / Con gli occhi  come mani frugandomi dentro / Il buio di tutti i miei cinque sensi»).

     

    Anno accademico 2010/2011: Paesaggi: natura e artificio

    «Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba era spuntata - perche' il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l'acqua dei canali per irrigare tutto il suolo -; allora il Signore Dio plasmo' l'uomo con polvere del suolo» (Genesi, II, 4-7). La fonte "jahvista" della Creazione sembra far sorgere l'uomo come rimedio alla sterilita' della natura: non c'erano canali, ne' erbe, ne' campi. L'uomo sara', da allora, il signore del paesaggio. Le epoche e le poetiche hanno alternato i loro sguardi su cio' che circonda il vivere umano: talvolta facendo del paesaggio un prolugamento antropico: orti e giardini che circondano palazzi e dimore, o squisiti "lontani" che sono cortina di misurati ritratti; talaltra preferendo dirupi e balze, cime e folti boschi e selve incantate, deserti e fortunali di mare. Sempre il "paesaggio" e' stato il modo di pensare l'uomo nel suo "esser-qui", dal lucreziano Naufragio con spettatore (studiato da Hans Blumenberg) ai leopardiani dialoghi con la luna. La natura e i suoi cieli sono spesso il miglior commento e il piu' fidato correlativo dei sentimenti umani: dal canto di Paolo e Francesca: «E come i gru van cantando lor lai, / faccendo in aere di sé lunga riga, / così vid'io venir, traendo guai, / ombre portate da la detta briga» (Inf., V, 46-49) alle specularità di sorti meditata da Zanzotto: «Fiammelle qua e là per prati / friggono luci disper - se ognuna in sé / quelle siamo noi, racimoli del fuoco / che pur disseminando resta pari a se stesso / è zero che dona, da zero, il suo vero» (Papaveri, da Conglomerati, 2009). Da più di un secolo, anche la città è paesaggio: foreste di ciminiere, selve di antenne, fiumi di auto...: la natura scomparsa rientra, nel nostro orizzonte, come metafora o nostalgia; in fondo il paesaggio è scelta e gesto che intima a noi stessi: «Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio / qui volgere le spalle» (A. Zanzotto, Ormai, da Dietro il paesaggio).

     

    Anno accademico 2009/2010: Euritmia e utopia

    Da sant'Agostino a Roland Barthes, la comunità utopica realizza principi di euritmia (quelli appunto sottesi alle "horae canonicae"), nei quali consiste il frutto di un "cosmos" contemplato e realizzato. Barthes, nel suo corso Comment vivre ensemble, ha definito questo tempo idioritmico, una quotidianità così compiuta da non concepire più l'ingresso dell'evento: proprio di sistemi - dal chiostro a Oblomovka - «durevoli e interminabili: senza iniziativa». Nascite, battesimi, matrimoni, altre nascite, congedi dalla vita: una lenta «distanza, irrigata di tenerezza» (R. Barthes).

     

    Anno accademico 2008/2009: Organi e corpi

    Lasciato negli archivi della memoria l'ordine della creazione (tema di una parte importante degli insegnamenti dello scorso anno accademico), ecco il creato animarsi di organi e corpi. La loro molteplicità sgomenta, né abbiamo più l'arte di sceverare al modo delle Nozze di Filologia e Mercurio: «Nulla, che sia quadrato, è più quadrato di un quadrato; qualcosa invece può essere detto più candido di un'altra cosa candida» (IV, 370). Eppure "corpo" fu l'origine del diritto (il Corpus iuris civilis), e "organon" il farsi della filosofia con Aristotele e "novum organum" l'affermarsi della scienza con Francis Bacon, senza contare l'apologo politico, esemplato sugli organi corporei da Menennio Agrippa.
    Anatomie e risurrezioni di corpi che la letteratura e le arti offrono alla nostra contemplazione: tanti sono i corpi che l'organo deputato a distinguerli alla fine cede: «ogni sguardo si disocchia» (Andrea Zanzotto).
    Così, cieco, avanza Omero, e poi Edipo, e infine Borges: una serie di corsi sono qui offerti, non già per esibire i vitrei pomi di una "natura morta", ma per adempiere un antico monito: «Averte oculos meos ne videant vanitatem».

     

    Anno accademico 2007/2008: La creazione

    La ricchezza molteplice degli insegnamenti proposti nel Master di Letteratura e civiltà italiana non è né pluralità frammentaria né varietà dispersiva.
    Una parte importante degli insegnamenti ha inteso pensare l'inizio come una modalità che non riguarda solo l'esordio dei corsi, ma la natura stessa di molti generi della tradizione letteraria, figurativa, musicale.
    Il libro della Genesi che inaugura la Bibbia, le riscritture della creazione - dai Padri della Chiesa sino alla Sistina di Michelangelo - , il pensiero dell'origine, la ricerca delle radici e dell'"autentico", lo svolgersi delle ere e il crescere dell'idea di evoluzione sopra il primigenio atto divino di creazione, uniscono i percorsi di molti degli autori, pensatori, artisti che saranno presi in esame nei singoli corsi.
    Con una significativa e articolata strategia di indagine storico-critica, "tutto ciò che ha avuto inizio" trova affascinanti percorsi di convergenze: per risalire a un "fondo" che sia fondamento, di saperi e d'esperienza di lettura.

  • Stage

    Durante il Master, gli studenti possono scegliere di inserire tra le attività curricolari previste dal piano dei corsi del III semestre uno stage presso un'istituzione o un'azienda (6 ECTS). L'esperienza lavorativa in enti che operano in ambito culturale o didattico costituisce una preziosa opportunità per completare la propria formazione ed orientare le scelte future.

    La Direzione dell'ISI valuta e approva progetti di stage prendendo in considerazione il percorso di studi del singolo studente e il lavoro di ricerca definito per la tesi di Master. Generalmente si richiede un impegno di almeno tre mesi a tempo pieno, così da garantire una collaborazione prolungata e l'acquisizione di competenze solide.

    Gli studenti del MLCI hanno finora svolto stages nei seguenti ambiti:

    • Insegnamento: USI-Università della Svizzera italiana, Scuole medie e superiori, Istituti di supporto didattico;
    • Musei e Archivi: Museo d’arte di Mendrisio, Museo Cantonale d’Arte di Lugano, RSI – Archivio, MASILugano – LAC, Biblioteca Universitaria di Lugano;
    • Teatro: LuganoInScena;
    • Redazione e giornalismo culturale: RSI - Istituto Treccani, Dicastero Giovani ed Eventi Lugano – Associazione Sotell, Corriere del Ticino, ACTG, RSI – Rete Tre.

    Chi intenda convalidare come stage un’attività lavorativa da svolgersi presso un’istituzione svizzera o estera dovrà innanzitutto presentare, inviandolo alla segreteria ISI (isi.com@usi.ch), un progetto di stage che dovrà essere approvato dalla direzione dell’Istituto.

    Tale progetto comprenderà una breve descrizione dei compiti assegnati, una presentazione dell’ente presso cui lo stage si svolgerà, una precisa indicazione delle ore lavorative previste e una breve lettera di motivazione atta a presentare lo stage sotto l'aspetto della sua coerenza rispetto al percorso formativo del Master.

    Ottenuta l’approvazione da parte della direzione dell’ISI, lo studente dovrà seguire l’iter di registrazione presso l’USI Career Service: al termine dello stage lo studente dovrà consegnare una relazione e un attestato sottoscritto dall’ente presso cui si è svolto lo stage. Prima di depositare tali documenti presso il Career service è necessario presentarli alla Segreteria dell’Istituto per ottenere la convalida della direzione.

Facoltà

Pubblico

Tema

Aggiornato al: 04/09/2018