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Piano dei corsi Master in Lingua, letteratura e civiltà italiana (MLLCI)

Questa pagina contiene informazioni destinate agli studenti già immatricolati.

Per informazioni generali sul Master, dedicate a tutti gli interessati, vi preghiamo di visitare la pagina seguente: 
www.usi.ch/mlci 

 

Piano dei corsi Master in Lingua, letteratura e civiltà italiana (MLLCI)

Il piano dei corsi (o anche "piano di studio" o "piano degli studi") del Master contiene le indicazioni sulla struttura del percorso formativo.

 

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  • Struttura

    Il Master si articola su tre aree tematiche principali: Lingua italiana / Letteratura italiana e comparata / Arti, Storia e Civiltà, in un percorso formativo integrato che favorisce l'incontro di saperi generalmente professati in ambiti diversi, separati da confini disciplinari. La letteratura italiana, tema centrale, è così proposta in costante raffronto con il contesto della civiltà all'interno della quale è prodotta e studiata.

    Gli insegnamenti sono concentrati nei primi tre semestri e comprendono corsi obbligatori e corsi a scelta. È inoltre possibile inserire nel proprio piano di studio uno stage corrispondente a 6 ECTS. Il quarto semestre è dedicato alla tesi di Master che completa il biennio formativo. Il tema è definito con il direttore di tesi in accordo con la direzione del Master.

    Il Master offre possibilità di accesso al Dottorato in Lingua, letteratura e civiltà italiana.

  • Piani dei corsi

  • Temi annuali

    Anno accademico 2024/2025: Naturale / artificiale

     

    Il rispecchiamento e la reciproca attrazione tra natura e artificio costituisce un fil rouge che attraversa secoli di storia letteraria ed artistica dalla descrizione, dalla grotta sacra a Diana in cui «simulaverat artem ingenio natura suo» delle Metamorfosi ovidiane, al giardino di Armida del Tasso, dove tutto ciò che appare allo sguardo «di natura arte par, che per diletto / l’imitatrice sua scherzando imiti» (Ger. lib. XVI, 10, 3-4). L'"effettonatura" si ottiene, insomma, attraverso l'artificio; un artificio occulto, però, come recita la massima «ars est celare artem», che ritroveremo nella «sprezzatura» del Libro del cortegiano di Castiglione e in molti altri testi – la cui storia è stata ripercorsa da un saggio di Paolo D'Angelo del 2005 –. E proprio il giardino rinascimentale sarà uno dei laboratori più fecondi e spettacolari di tale artificiale naturalezza, da Palazzo Te a Mantova al Giardino di Boboli di Firenze, da Villa Medici a Pratolino al Giardino di Palazzo Farnese a Caprarola ai Giardini di Villa d'Este a Tivoli al Sacro bosco di Bomarzo.
    Ma il tema unificante di quest'anno non si limita a rimandare ad un topos della tradizione ma pone al centro della sua riflessione il nostro presente, nella varietà multidisciplinare che contradistingue l'Istituto di studi italiani. È una scelta che comporta l'abbandono di certezze consolidate, prima fra tutte la centralità e l'esaustività assolute del concetto foucaltiano di cultura, che finisce per mettere in secondo piano tutto ciò che è natura. I segnali di questo cambiamento di prospettiva sono molteplici. Le scoperte della biologia e delle biotecnologie, d'altra parte, hanno portato a riconsiderare – come
    leggiamo nella voce Life dell'Encyclopedia of bioethics curata da Sarah Franklin – il concetto stesso di vita, che «da proprietà assoluta si trasforma in un orizzonte sfuggente che si fonde con la vita artificiale, sintetica o virtuale».
    Più nello specifico, il tema prescelto apre a nuove prospettive scientificoepistemologiche (di cui si occupano, ad esempio, le neuroscienze e l'informatica), antropologiche (ruolo del reale / virtuale nell'interazione sociale), etico-politiche (come il possibile rischio di eterodirezione causato dalla diffusione dell’Intelligenza Artificiale). 
    Per quanto riguarda, infine, le discipline di più stretta pertinenza del nostro Istituto, la dialettica naturale / artificiale si articola in modo diffuso in vari ambiti:
    – letterario, come accade per la tensione tra il polo del realismo o dell'«effet de réel», (Barthes) della scrittura letteraria e quello che, al contrario, intende ambiziosamente portare alla luce ciò che sta al di fuori o al di sotto della dimensione naturale, attraverso un artificio che costituisce l'espressione di un'ispirazione divina, di un visione orfica o, quantomeno, di una capacità di interrogazione profonda anche di ciò che è apparentemente inerte.
    – linguistico, come ritroviamo, ad esempio, nel celebre dibattito del 1971 tra Noam Chomsky e Michel Foucault sul ruolo delle componenti innate e delle concrete esperienze dell'individuo nella costituzione della natura umana; o ancora nell'analisi delle caratteristiche del linguaggio naturale e del tentativo di riprodurle e codificarle attraverso algoritmi, come accade negli studi del Natural Language Processing.
    – storico-artistico: nella dialettica, all'interno della teoria dell'imitazione, tra riproduzione naturale e creazione originale propria della genialità dell'artista; nel problema dell'illusionismo nell'arte manieristica e barocca; o ancora negli esempi di arte contemporanea come la Cracking Art.
    – storico: per il fenomeno dell'impatto decisivo di determinate rappresentazioni o narazioni sugli accadimenti storici (come ha mostrato Antonio Gibelli nel volume L’officina della guerra, dedicato al ruolo della fotografia e del cinema nella percezione della Grande Guerra). O pensiamo anche alle riflessioni della cosiddetta "storia locale" sul concetto di territorio come spazio intermedio tra il naturale e l'artificiale.

    Il comune denominatore che sembra unire i percorsi qui menzionati sollecita un rinnovato interrogativo – a cui tutti siamo chiamati a rispondere – sulla futura persistenza delle scienze umane, e più in generale dell'umanesimo, come efficace strumento conoscitivo.

    Anno accademico 2023/2024: Fantasmi, simulacri, ombre

    Sin dal mito platonico della caverna ombra e illusione paiono sostanziare il destino umano. Eppure, secoli più tardi, all'ombra sarà attribuita la prerogativa di porsi come il lato occulto della verità: «in ipsa non credas esse errorem, sed veri latentiam» (Giordano Bruno, De umbris idearum XIV, 1582).

    La parola è luogo di miraggi, inganni e manipolazioni: biblioteche e archivi pullulano di fantasmi, che coscienziosi repertori (Gaetano Melzi, Dizionario di opere anonime e pseudonimi di scrittori italiani, 1848) e acuminate indagini critiche (Maria Corti, Metodi e fantasmi, 1969) cercano di contenere. Gli scrittori, tuttavia, sanno bene di dover convivere con questa radicale incertezza della parola e di se stessi. Il poeta che ha fatto dell'eteronimia la sua stessa cifra esistenziale, Fernando Pessoa, scriveva in Subita mão (1917): «Sinto que sou ninguem salvo uma sombra / De um vulto que não vejo e que me assombra / E em nada existo como a treva fria [fredda tenebra]».

    La percezione di un'assenza e la costante ricerca dell'oggetto mancante del desiderio innerva la stessa storia letteraria: Giorgio Agamben ha mostrato come la teoria del fantasma animi sin dagli inizi la letteratura romanza, e in particolare la lirica amorosa del XIII secolo (Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale, 1977). Così avverrà poi nei secoli successivi, dalle «parole vuote» di Petrarca (Stefano Agosti) al «fleur [...] absente de tous bouquets» di Mallarmé.

    Il perimetro dell'ombra non si limita al dominio della parola, ma si estende anche alla creazione artistica. È stato Victor Stoichitā, nella sua Breve storia dell'ombra (2000), a riassumere la fortuna secolare e gli sviluppi interpretativi della vicenda narrata da Plinio il Vecchio (Nat. Hist. XXXV, 15) del vasaio Butades, che modella con argilla il viso del giovane di cui la figlia era innamorata: la fanciulla ne aveva disegnato il  profilo a partire dall'ombra che una lucerna proiettava sulla parete. Una genesi del fare artistico, questa, che ne rivela il fondamento "negativo". L'ombra rappresenta qui un doppio del corpo, il suo simulacro, ed è proiezione dalle caratteristiche contradittorie: da un lato sembra rivelare un'illusoria identità, dall'altro segnare il confine della sua irriducibile alterità. Insomma, in una formula, si tratta della presenza di un’assenza, che poi è, a dire di Hans Belting, lo statuto caratteristico delle immagini nella loro interrelazione con il corpo che le produce e le guarda e con il medium che le trasmette (Bild-Anthropologie. Entwürfe für eine Bildwissenschaft, 2001).

    Qualcosa di simile accade pure nella fotografia, «emanazione» di un «corpo reale» che spesso non è più e ci raggiunge «come i raggi differiti di una stella» (R. Barthes, La chambre claire, 1980). Il potere d'appello della fotografia, la sua capacità di attirarci verso il punctum che ne rappresenta il senso ultimo, dipende, conclude Barthes, da «questo segno imperioso della mia [scil.: della nostra] morte futura».

    Spetterà a noi, ciascuno per la propria disciplina, farci archeologi dell'assenza, decifratori di ombre, fantasmi e simulacri, traducendo in exemplum formativo queste labili tracce.

     

    Anno accademico 2022/2023: Le vie dell'errore e le vie del rimedio

    Dove c’è parola c’è errore: su di esso si fonda quel percorso imprevedibile e pieno di sorprese che è la conoscenza. La glottodidattica ci ha insegnato che è proprio dal tanto demonizzato errore che passa il processo che conduce all’apprendimento di una lingua. Secondo una leggenda medievale, il diavolo Titivillus induceva allo sbaglio i copisti, portando all’inferno tutti i loro errori. Eppure la filologia attraverso gli errori congiuntivi e separativi ci permette di ricostruire il percorso a ritroso verso l’originale: un filo di Arianna che garantisce continuità alle opere dell’ingegno sulla base della loro inevitabile fallibilità. E, a partire dal Petrarca, non è forse un «giovanile errore» (Rvf I, 3) a fondare, nella sua feconda aleatorietà, lo statuto del soggetto poetico e lo stesso genere lirico? Forse ha ragione Giorgio Manganelli a dire che i testi e gli autori stessi non sono, in definitiva, che errori, e che «le parole non conoscono errore. Se una parola “sbaglia” l'universo si adegua immediatamente».

    Quando però l’errore comporta una perdita e si costituisce come male, ecco che l’ industria umana porge il suo soccorso con l’atto amorevole del rimedio. I due momenti sono spesso consecutivi, quasi ideale completamento: all’Ars amatoria di Ovidio seguono i Remedia amoris. Il rimedio e la cura presuppongono il laborioso allestimento di atlanti e anatomie, necessitano di uno sguardo sommamente comprensivo. Il dominio brutale della violenza condanna senza appello, impone sottrazioni definitive: non così le opere che riconosciamo come umane, le quali offrono sempre la possibilità di una qualche restituzione, nella convinzione che non siamo creati per soffrire, ma per la gioia (Palazzeschi, Il controdolore).

     

    Anno accademico 2021/2022: Flatus vocis. La voce e le sue tracce

    Una citazione barthesiana chiude Flatus vocis. Metafisica e antropologia della voce di Corrado Bologna: «Car il faut bien durer un peu plus que sa voix…». Intestare il tema annuale del Master ad uno dei percorsi di ricerca più rappresentativi del nostro collega, tra i fondatori dell’Istituto nonché generoso ispiratore di idee e promotore di iniziative, significa, per ognuno di noi, riflettere sulla durata della testimonianza «labile» ma «necessaria» (è sempre il finale di Flatus vocis) non solo del nostro ruolo di interpreti, ma anche dei segni stessi che ne sono l’oggetto. Nient’affatto labile, tuttavia, sarà l’esempio rappresentato dall’appassionato impegno scientifico e didattico di Corrado Bologna, che si trasmette come cifra identitaria stessa della nostra piccola comunità.

    La presenza della voce appare disseminata in tutte le discipline che entrano a far parte della nostra programmazione didattica, tanto da configurarsi come uno dei temi interdisciplinari per eccellenza: seguirne le tracce sarà per tutti una sfida avvincente. L’oralità ha infatti dato corpo e fondamento, dal Medioevo all’età contemporanea, alla parola letteraria, intonandone l’esecuzione e la fruizione, mentre in ambito linguistico, e pragmatico in particolare, essa costituisce un’imprescindibile quinta comunicativa. La musica è forse l’alveo più naturale in cui la voce trasmette la propria eco nella forma più pura, e persino l’esperienza artistica, apparentemente muta, ne realizza, attraverso la formula del “visibile parlare”, una declinazione di straordinario interesse. Tracce tutte che testimoniano la persistenza e la vitalità di questo tema: testimonianza esemplare di una voce solista che si perpetua divenendo voce di un coro.

     

    Anno accademico 2020/2021: Strati

    Poche parole più di strato (ted. Schicht, ingl. layer, fr. couche, sp. estrato) sembrano degne di comparire in un ideale "Lessico intellettuale universale", per la sua ricchezza di potenzialità semantiche e per l'apertura alle più varie direzioni interpretative. Strato compendia in sé sia una dimensione orizzontale (etim. da stratus, part. pass. di sterněre «distendere») che una verticale, sia un'esteriorità che un'interiorità, sia un approccio sincronico che uno diacronico. In entrambi i casi, nella sua accezione scientifica (dalla meteorologia alla fisica, dalla chimica all'istologia alla statistica), lo strato indica lo strumento concettuale che permette una misurazione analitica attraverso un processo di distinzione e separazione.
    Non meno importanti sono le valenze di strato nelle scienze umane: strato riunisce in sé linguistica, filologia (se lo intendiamo come stadio redazionale), letteratura, storia, sociologia, etnografia e antropologia. Anche per questo la scelta di questo tema per il nuovo programma di Master mi pare particolarmente felice. È una scelta che ci spinge a riflettere, secondo la lezione foucaultiana trasmessa dall'Archéologie du savoir, sull'influenza che il nostro contesto culturale esercita sui metodi e sugli strumenti stessi della nostra conoscenza scientifica, che vorremmo "oggettiva", e pure si serve di un linguaggio che riflette la nostra attuale visione del mondo. Da questo punto di vista, il tema ha pure il merito di riconnettersi, per le considerazioni appena enunciate, quello dello scorso anno, Coinvolgimento e distacco.
    In ambito geologico e archeologico la sezione verticale di un terreno o di uno scavo ci mostra e insegna che le stratificazioni non risultano quasi mai isolate le une dalle altre. Questo dato sperimentale sembra tradursi, dalla nostra specola, in due decisive possibilità di ricerca: da un lato il fenomeno di riemersione e intermittenza della tradizione lungo la storia di cui parlava Benjamin; dall'altro il complicato prodursi di interazioni e interferenze di cui costantemente ci occupiamo come studiosi di linguistica e letteratura, non ultimo l'intreccio e dialogo di voci che fonda il concetto di intertestualità.

     

    Anno accademico 2019/2020: Coinvolgimento e distacco

    La scelta cade quest'anno su un tema definito dalle categorie di coinvolgimento e distacco che, come ha osservato Norbert Elias, tendono a presentarsi sempre strettamente interrelate, sia nella dimensione del quotidiano sia in quella, sovraindividuale, della ricerca scientifica. Anche se a prima vista potrebbe sembrare che nella prima predomini la logica dell'empatia e nella seconda quella del tentativo di oggettivazione attraverso la spersonalizzazione e il distanziamento dell'osservatore – certo problematico dopo Heisenberg –, in realtà le due componenti sono ugualmente presenti in ogni contesto come poli dialettici di una tensione che, anche sul piano dell'esperienza individuale, ha come posta in palio nientemeno che la conoscenza del reale, nel momento in cui l'io riesce a rinunciare alla propria «sovranità immaginaria sul mondo» (Simone Weil).
    In ambito scientifico è soprattutto l'analisi storica, sociologica e psicologica che ha riflettuto su queste due categorie, anche se è dalla filosofia che sono emersi i cambiamenti davvero decisivi: una frattura instaurativa è senza dubbio quella che, a partire da Benjamin, nega la legittimità di qualsiasi metodo che si fondi sulla partecipazione emotiva dello studioso (Einfühlung) come garanzia di una conoscenza fedele di un passato uniforme e identico per tutti. Nella tradizione interpretativa di ambito letterario ed artistico, infine, si sono significativamente succeduti approcci assai diversificati, con critici più propensi ad affidarsi all'anatomia oggettivante (filologia, stilistica: Contini, ad esempio) ed altri che hanno scommesso su un'affinità profonda rispetto ai propri autori (Debenedetti). Ciascuno di noi sarà dunque chiamato, all'interno della propria disciplina e degli argomenti del proprio corso, a riflettere su questa dialettica, valorizzandola a livello didattico e scientifico.

     

    Anno accademico 2018/2019: Tempo, spazio e senso

    Per secoli tempo e spazio hanno goduto dello statuto privilegiato di chiave d’accesso fondamentale al senso. Dall’estetica trascendentale di Kant, che li considera forme a priori della sensibilità umana, al concetto bachtiniano di «cronotopo», che persegue, al contrario, un criterio “realistico” in cui la testualità letteraria appare strettamente legata alla storia e agli spazi come luoghi di cultura, il tempo e lo spazio hanno via via rappresentato, nella riflessione filosofica e critica, le precondizioni stesse del senso, tanto nell’ambito della percezione del reale quanto in quello della sua resa finzionale. Quanto tali fondamenti - e noi con loro - siano sottoposti ad un processo di rapida metamorfosi per impulso perentorio della modernità lo dimostra la storia della scienza, che, da Einstein alla meccanica quantistica, sembra avere realizzato da un lato una progressiva svalutazione dello statuto ontologico del tempo e dall'altro una radicale relativizzazione dello spazio.

    Il tema annuale prescelto sollecita dunque ciascuno di noi a interrogare il nucleo problematico del rapporto tra queste tre categorie declinandone esemplificazioni concrete e storicamente individuate: il comporsi delle varie sfaccettature disciplinari del prisma non sarà, questo l’auspicio, puramente sommatorio, ma offrirà agli studenti e a noi stessi una concreta ipotesi di lettura che potrà forse divenire ipotesi di senso e di interpretazione del nostro presente.

     

    Anno accademico 2017/2018: Margini

    Il sapiente dizionario del Du Cange indica bene la tensione che si produce introducendo il termine latino: margo, marginis [cioè “margine”]. Da un lato: Margo, «Terminus, finis. Negotia ad marginem perducere, id est, ad exitum», condurre al termine ultimo, ove lo spazio dell’azione finisce e si compie. Ed insieme coscienza del limite umano, delle sue frontiere di volontà e di conoscenza, continuamente sollecitate dall’oltre che in noi chiama: «Salve Præsul, amate Deo sine margine». Invito dunque a sconfinare nella ricerca, nell’oblazione, nella donazione. La nostra civiltà è cresciuta, e si dilacera, ancora oggi, tra queste due accezioni di “margine”.

     

    Anno accademico 2016/2017: Tragico, comico, contaminazioni

    Ha scritto Lope de Vega che «il tragico e il comico mescolati/Terenzio con Seneca [...]/avranno una parte grave e l'altra ridicola/e questa varietà molto diletta».  Anche testi tragici, sulla condizione umana, come le Pensées di Pascal definiscono l'uomo un «ridicolosissimo eroe». E comedia già era stata l'avventura che porta il pellegrino Dante dall'Inferno al Paradiso, dai tormenti eterni alle beatitudini. Cio' che vale per i singoli destini, puo' applicarsi all'intera società, contemplando la quale François Guizot ebbe a denunciare, in un discorso parlamentare di metà Ottocento, che essa non ha «nulla di fisso, nulla di stabile, nulla di netto, nulla di completo». His freti, come chioserebbe il Manzoni, si va a morir nel nulla. Per questo, Democrito e Eraclito insieme, il destino umano suscita riso e lacrime: Sunt lacrimae rerum.

     

    Anno accademico 2015/2016: Esilio, diaspora, migrazioni

    Molte vie, d’esilio e di rinascita, sono qui proposte: tante che pare non ci sia più un “altrove”. Eppure, nel tempo presente, l’accoglienza del migrante è avara, ma non cancella le parole che Dietrich Bonhoeffer ebbe a scrivere negli anni più cupi del nazismo: «Se un villaggio non ne vuole sapere, allora passiamo al prossimo». Esilio e profezia sono lo stesso cammino, oltre il “qui” del presente.

     

    Anno accademico 2014/2015: Misure del mondo

    Ripetiamo per il nostro tempo la domanda che Shakespeare pone all'inizio del suo Measure for measure: «First Gentleman: "What, in metre?"; Lucio: "In any proportion or in any language"; First Gentleman: "I think, or in any religion"» (Atto I, scena 2). Non appena si cerchi di misurare, in realtà si commisura: "a qual metro" appunto? Più che la precisione, nasce la relatività, più che la certezza la pluralità. La ricerca della «misura del mondo» è - ad ogni epoca - il segnale di un "bisogno di forma" sì che misura sia anche, o forse soprattutto, rappresentazione: ma - come Calvino e il suo Marco Polo notano nelle Città invisibili - «Il catalogo delle forme è sterminato...».

     

    Anno accademico 2013/2014: Armonia e disarmonia

    «Quando la rota che tu sempiterni / desiderato, a sé mi fece atteso / con l'armonia che temperi e discerni» (Par. I, 76-78): i versi di Dante sono così commentati da Cristoforo Landino:  «Con l'harmonia che tu tempri et discerni: rectamente dixe; imperoché di molte voci non può resultare dolce melodia se non sono temperate con debita proportione; né possono havere proportione se non sono distincte con varietà». Armonia, proporzione, varietà: appena si discenda dalle sfere celesti, la varietà declina in  variazione, dissonanza; la proporzione perde misura, il mirabile si fa monstrum, la regola chiede eccezione e capriccio. E il composto umano, a mezza via tra quelle perfezioni e queste disarmonie, sogna delle une e patisce le altre: sospeso tra questi due abissi, «tremerà alla vista di quelle meraviglie e la sua curiosità cangiando in ammirazione, sarà più disposto a contemplarle in silenzio che a indagarle con presunzione» (Pascal, Pensées).

     

    Anno accademico 2012/2013: Scene del sé (e dell'altro)

    «Rifletti!»: nel momento stesso in cui si è invitati a concentrarci in noi stessi, il verbo denuncia una proiezione che sdoppia, come se "cercarci" e "proiettarci" andassero di pari. «Je est un autre», ha scritto in una celebre lettera (a Georges Izambard, Charleville, 13 mai 1871) Arthur Rimbaud, aggiungendo parallelamente, per completare la simmetria -: «C'est faux de dire: je pense; on devrait dire: On me pense».
    Il tema che i corsi suggeriscono quest'anno è costitutivo dello "scenario" letterario, dal mito di Narciso all'Autobiologia di Giovanni Giudici: «Non ho compagni non posso misurare / quanto mi resta per arrivare. / E invisibili i miei sorveglianti / - solo me stesso devo dunque ingannare» (Chi ingannare). Dal Petrarca ai contemporanei, scrivere di sé è costantemente un discessus: «-Or tu ch'hai posto te stesso in oblio / e parli al cor pur come e' fusse or teco» (RVF, CCXLII). L'altro, quando si interroghi a fondo l'intimo, nasce dal nostro pensarci, che non dà tregua: «Datemi pace, o duri miei pensieri» (RVF, CCLXXIV).
    Sembra, così, che l'"altro", l'estraneo, ci sia oggi necessario - nel timore e nella ripulsa, spesso - per sviare da noi un altro appello che abbiamo sempre accanto, e che ci inghiotte - a pensarlo: «Come per acqua cupa cosa grave» (Dante, Par., III, 123; e Giovanni Giudici, Sparizioni, da O beatrice: «Come per acqua scura cosa grave / [...] / Con gli occhi  come mani frugandomi dentro / Il buio di tutti i miei cinque sensi»).

     

    Anno accademico 2011/2012: Servi ed eroi

    Non «servi e padroni»: ne conosciamo troppi; bensì «l'ansia d'un cor, che indocile / serve pensando al regno, / e 'l giunge, e tiene un premio / ch'era follia sperar» (A. Manzoni, Il cinque maggio).
    Scartando dalla nostra Bildung il vincolo di servaggio, ecco apparire - dalla stessa radice semantica - il servizio, un servizio talvolta eroico (Servant of Peace è stato giustamente definito il Segretario Generale dell'ONU, Dag Hammarskjöld). L'eroe allora non si definisce più soltanto per la maestà della fama (anzi: «qui scrutator est majestatis, opprimetur a gloria»: Vulgata, Liber Proverbiorum, XXV, 27), non già perché suscita meraviglia, e si eleva come i «phares» di Baudelaire, bensì perché, "esemplare", induce all'imitazione; una sequela che sant'Agostino proiettava oltre l'eroico, nel divino stesso: «Ergo gratulemur et agamus gratias, non solum nos christianos factos esse, sed Christum. [...] Admiramini, gaudete: Christus facti sumus» (In Ioannis Evangelium tractatus, XI, 8; PL, XXXV, 1568). L'eroico così, nella storia delle letterature nate da quella patristica, non tanto distingue, disgiunge, innalza al sublime, ma assimila al quotidiano, intride in «quell'incremento / che si agita su se medesimo, / primavera di che frumento...» (M. Luzi, Non s'inganna, da Frasi incisi di un canto salutare).  «Rifletti!»: nel momento stesso in cui si è invitati a concentrarci in noi stessi, il verbo denuncia una proiezione che sdoppia, come se "cercarci" e "proiettarci" andassero di pari. «Je est un autre», ha scritto in una celebre lettera (a Georges Izambard, Charleville, 13 mai 1871) Arthur Rimbaud, aggiungendo parallelamente, per completare la simmetria -: «C'est faux de dire: je pense; on devrait dire: On me pense».
    Il tema che i corsi suggeriscono quest'anno è costitutivo dello "scenario" letterario, dal mito di Narciso all'Autobiologia di Giovanni Giudici: «Non ho compagni non posso misurare / quanto mi resta per arrivare. / E invisibili i miei sorveglianti / - solo me stesso devo dunque ingannare» (Chi ingannare). Dal Petrarca ai contemporanei, scrivere di sé è costantemente un discessus: «-Or tu ch'hai posto te stesso in oblio / e parli al cor pur come e' fusse or teco» (RVF, CCXLII). L'altro, quando si interroghi a fondo l'intimo, nasce dal nostro pensarci, che non dà tregua: «Datemi pace, o duri miei pensieri» (RVF, CCLXXIV).
    Sembra, così, che l'"altro", l'estraneo, ci sia oggi necessario - nel timore e nella ripulsa, spesso - per sviare da noi un altro appello che abbiamo sempre accanto, e che ci inghiotte - a pensarlo: «Come per acqua cupa cosa grave» (Dante, Par., III, 123; e Giovanni Giudici, Sparizioni, da O beatrice: «Come per acqua scura cosa grave / [...] / Con gli occhi  come mani frugandomi dentro / Il buio di tutti i miei cinque sensi»).

     

    Anno accademico 2010/2011: Paesaggi: natura e artificio

    «Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba era spuntata - perche' il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l'acqua dei canali per irrigare tutto il suolo -; allora il Signore Dio plasmo' l'uomo con polvere del suolo» (Genesi, II, 4-7). La fonte "jahvista" della Creazione sembra far sorgere l'uomo come rimedio alla sterilita' della natura: non c'erano canali, ne' erbe, ne' campi. L'uomo sara', da allora, il signore del paesaggio. Le epoche e le poetiche hanno alternato i loro sguardi su cio' che circonda il vivere umano: talvolta facendo del paesaggio un prolugamento antropico: orti e giardini che circondano palazzi e dimore, o squisiti "lontani" che sono cortina di misurati ritratti; talaltra preferendo dirupi e balze, cime e folti boschi e selve incantate, deserti e fortunali di mare. Sempre il "paesaggio" e' stato il modo di pensare l'uomo nel suo "esser-qui", dal lucreziano Naufragio con spettatore (studiato da Hans Blumenberg) ai leopardiani dialoghi con la luna. La natura e i suoi cieli sono spesso il miglior commento e il piu' fidato correlativo dei sentimenti umani: dal canto di Paolo e Francesca: «E come i gru van cantando lor lai, / faccendo in aere di sé lunga riga, / così vid'io venir, traendo guai, / ombre portate da la detta briga» (Inf., V, 46-49) alle specularità di sorti meditata da Zanzotto: «Fiammelle qua e là per prati / friggono luci disper - se ognuna in sé / quelle siamo noi, racimoli del fuoco / che pur disseminando resta pari a se stesso / è zero che dona, da zero, il suo vero» (Papaveri, da Conglomerati, 2009). Da più di un secolo, anche la città è paesaggio: foreste di ciminiere, selve di antenne, fiumi di auto...: la natura scomparsa rientra, nel nostro orizzonte, come metafora o nostalgia; in fondo il paesaggio è scelta e gesto che intima a noi stessi: «Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio / qui volgere le spalle» (A. Zanzotto, Ormai, da Dietro il paesaggio).

     

    Anno accademico 2009/2010: Euritmia e utopia

    Da sant'Agostino a Roland Barthes, la comunità utopica realizza principi di euritmia (quelli appunto sottesi alle "horae canonicae"), nei quali consiste il frutto di un "cosmos" contemplato e realizzato. Barthes, nel suo corso Comment vivre ensemble, ha definito questo tempo idioritmico, una quotidianità così compiuta da non concepire più l'ingresso dell'evento: proprio di sistemi - dal chiostro a Oblomovka - «durevoli e interminabili: senza iniziativa». Nascite, battesimi, matrimoni, altre nascite, congedi dalla vita: una lenta «distanza, irrigata di tenerezza» (R. Barthes).

     

    Anno accademico 2008/2009: Organi e corpi

    Lasciato negli archivi della memoria l'ordine della creazione (tema di una parte importante degli insegnamenti dello scorso anno accademico), ecco il creato animarsi di organi e corpi. La loro molteplicità sgomenta, né abbiamo più l'arte di sceverare al modo delle Nozze di Filologia e Mercurio: «Nulla, che sia quadrato, è più quadrato di un quadrato; qualcosa invece può essere detto più candido di un'altra cosa candida» (IV, 370). Eppure "corpo" fu l'origine del diritto (il Corpus iuris civilis), e "organon" il farsi della filosofia con Aristotele e "novum organum" l'affermarsi della scienza con Francis Bacon, senza contare l'apologo politico, esemplato sugli organi corporei da Menennio Agrippa.
    Anatomie e risurrezioni di corpi che la letteratura e le arti offrono alla nostra contemplazione: tanti sono i corpi che l'organo deputato a distinguerli alla fine cede: «ogni sguardo si disocchia» (Andrea Zanzotto).
    Così, cieco, avanza Omero, e poi Edipo, e infine Borges: una serie di corsi sono qui offerti, non già per esibire i vitrei pomi di una "natura morta", ma per adempiere un antico monito: «Averte oculos meos ne videant vanitatem».

     

    Anno accademico 2007/2008: La creazione

    La ricchezza molteplice degli insegnamenti proposti nel Master di Letteratura e civiltà italiana non è né pluralità frammentaria né varietà dispersiva.
    Una parte importante degli insegnamenti ha inteso pensare l'inizio come una modalità che non riguarda solo l'esordio dei corsi, ma la natura stessa di molti generi della tradizione letteraria, figurativa, musicale.
    Il libro della Genesi che inaugura la Bibbia, le riscritture della creazione - dai Padri della Chiesa sino alla Sistina di Michelangelo - , il pensiero dell'origine, la ricerca delle radici e dell'"autentico", lo svolgersi delle ere e il crescere dell'idea di evoluzione sopra il primigenio atto divino di creazione, uniscono i percorsi di molti degli autori, pensatori, artisti che saranno presi in esame nei singoli corsi.
    Con una significativa e articolata strategia di indagine storico-critica, "tutto ciò che ha avuto inizio" trova affascinanti percorsi di convergenze: per risalire a un "fondo" che sia fondamento, di saperi e d'esperienza di lettura.

  • Stage

    Durante il Master, gli studenti possono scegliere di inserire tra le attività curricolari previste dal piano dei corsi del III semestre uno stage presso un'istituzione o un'azienda (6 ECTS per gli immatricolati fino all’a.a. 2018-2019 ; 9 ECTS per gli immatricolati dall’a.a. 2019-2020). L'esperienza lavorativa in enti che operano in ambito culturale o didattico costituisce una preziosa opportunità per completare la propria formazione ed orientare le scelte future.

    La Direzione dell'ISI valuta e approva progetti di stage prendendo in considerazione il percorso di studi del singolo studente e il lavoro di ricerca definito per la tesi di Master. Generalmente si richiede un impegno di almeno tre mesi a tempo pieno (per gli studenti immatricolati fino all'a.a. 2018-19) o di due mesi (per gli studenti immatricolati a partire dall'a.a. 2019-20).

    Gli studenti del MLLCI hanno finora svolto stages nei seguenti ambiti:

    • Insegnamento: USI-Università della Svizzera italiana, Scuole medie e superiori, Istituti di supporto didattico;
    • Musei e Archivi: Museo d’arte di Mendrisio, Museo Cantonale d’Arte di Lugano, RSI – Archivio, MASILugano – LAC, Biblioteca Universitaria di Lugano;
    • Teatro: LuganoInScena;
    • Redazione e giornalismo culturale: RSI - Istituto Treccani, Dicastero Giovani ed Eventi Lugano – Associazione Sotell, Corriere del Ticino, ACTG, RSI – Rete Tre.

    Chi intenda convalidare come stage un’attività lavorativa da svolgersi presso un’istituzione svizzera o estera dovrà innanzitutto presentare, inviandolo alla segreteria ISI ([email protected]), un progetto di stage che dovrà essere approvato dalla direzione dell’Istituto.

    Tale progetto comprenderà una breve descrizione dei compiti assegnati, una presentazione dell’ente presso cui lo stage si svolgerà, una precisa indicazione delle ore lavorative previste e una breve lettera di motivazione atta a presentare lo stage sotto l'aspetto della sua coerenza rispetto al percorso formativo del Master.

    Ottenuta l’approvazione da parte della direzione dell’ISI, lo studente dovrà seguire l’iter di registrazione presso l’USI Career Service: al termine dello stage lo studente dovrà consegnare una relazione e un attestato sottoscritto dall’ente presso cui si è svolto lo stage. Prima di depositare tali documenti presso il Career service è necessario presentarli alla Segreteria dell’Istituto per ottenere la convalida della direzione.

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Aggiornato al: 17 gennaio 2024